“LA POESIA È UN ATTO DI PACE”. 21 MARZO, GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA

di Gloria Sahbani


Accadde in quell’età… La poesia
venne a cercarmi.

Questi versi sono le maniglie della porta che apriremo insieme in questo articolo. Maniglie ora poco comprensibili ma, nella fessura che si sta ampliando davanti a noi, c’è la loro storia.

Se, in occasione di una ricorrenza, dovessimo scegliere di rappresentare l’essenza di quell’avvenimento o elemento per il quale viene istituito un giorno, prenderemmo ciò che più si avvicina ad esso.
Il miglior modo per rappresentare la poesia è scegliere una poesia che la possa omaggiare e i versi iniziali sono proprio il motore di essa; ma andiamo adagio.

Oggi, 21 marzo, è il giorno dedicato alla poesia e alla sua importanza  per la storia e per il mondo. Istituita nel 1999 a Parigi dall’UNESCO, questa data simbolica coincide con il primo giorno di primavera. Non è un caso, dunque, che la Giornata mondiale della poesia corrisponda all’arrivo della stagione del sole e delle fioriture, delle rinascite e dei colori.

Sì, perché la poesia è proprio la ninfa che alimenta le radici di ciò che siamo stati e che siamo ora.

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Un esempio? Prendiamo una qualunque parola: parola. La parola intesa come Verbo nella filosofia greca classica è il Logos, una manifestazione del pensiero. Nella teologia cattolica poi, il Lògos (λόγος) è Cristo, Verbo di Dio fatto uomo. Il Vangelo di Giovanni si apre proprio con devozione sul senso profondo della Parola:

In principio era la parola.
(ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος – En archè en o lògos).

La Parola, esistente all’origine e anche prima, si riflette sulla grandezza della figura di Dio e ne incarna la linea di contorno del corpo e dell’anima.
Nel latino tardo invece, parola deriva da parabŏla e l’evoluzione del suo significato da «parabola» a “discorso, parola” arriva a rappresentare le parabole di Gesù, che erano le parole divine per eccellenza e che ancora oggi sono pilastro di insegnamenti e messaggi.
Ma non parliamo di una storia puramente religiosa.  In linguistica (la scienza del linguaggio), la parola è un fonema (unità minima dotata di valore distintivo ed emessa dall’apparato fonatorio) o un insieme di fonemi (suoni articolati) e i loro corrispondenti segni grafici. La parola può essere scritta o orale. Una parola singola, può accompagnare un’esecuzione musicale di qualunque tipo (dai primi riti tribali alla musica moderna), poche parole possono scaturire in una poesia.

MATTINA

M’illumino d’immenso.

Giuseppe Ungaretti, nel 1917, ha racchiuso secoli di prolisse descrizioni sulla pienezza, sull’intensità del sole, sulla bellezza di sentirsi parte della natura e dell’universo in poche esaustive parole. Ma la parola, diviene non solo elemento della composizione poetica: diviene anche soggetto di essa.

Una parola è morta
Quando è detta
Dice qualcuno −
Io dico solo che
Comincia a vivere
Quel giorno.


Emily Dickinson, poetessa statunitense vissuta nel secolo 1800, descrive così, in una delle sue lettere, l’imponenza della parola orale: non appena essa viene pronunciata, prende vita e si instaura nella memoria di chi la legge o di chi la ascolta. In questo modo, un termine come parola si origina da unità linguistiche utilizzate dall’uomo per indicare una nozione generica e poi si ritrova ad essere elemento e materia della poesia.

Questo esercizio stilistico di prendere un qualunque termine e analizzarne la storia e l’utilizzo, si può fare con ogni vocabolo esistente. Provaci e scoprirai che la poesia è ovunque e che tutto le appartiene, ma soprattutto che lei appartiene a noi.

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Non c’è angolo o semicerchio di universo che non sia stato toccato dalle corde della poesia: essa può superare i limiti dello scibile e del tangibile, viaggiare oltre il tempo e lo spazio, inventare, creare e distruggere tutto in pochi istanti.

È vero, anche la prosa fa lo stesso, ma impiega molte più parole, più spazio e più tempo. Nessun discredito per la prosa: essa è il lumino cosparso lungo il cammino della cultura. Ma in quel cammino, è la poesia ad illuminare, come una lanterna, gli impedimenti e le indicazioni salvifiche per giungere alla comprensione.

Per tutti questi motivi e per la sua valenza di forma di comunicazione universale, la poesia merita un giorno che la omaggi, a dispetto della sua relegazione in una società di merci. È difficile oggi, nel tempo del denaro-sovrano, dare valore a ciò che non è materiale, a ciò che non può essere comprato.
Ma la poesia deve essere divulgata, deve sopravvivere. Ce la farà?

Nel 1975, ritirando a Stoccolma il prestigioso Premio Nobel, Eugenio Montale basava il suo intero discorso su questo quesito: potrà sopravvivere la poesia nell’universo delle comunicazioni di massa? È ciò che molti si chiedono, ma a ben riflettere la risposta non può essere che affermativa. Se s’intende per la cosiddetta belletristica è chiaro che la produzione mondiale andrà crescendo a dismisura. Se invece ci limitiamo a quella che rifiuta con orrore il termine di produzione, quella che sorge quasi per miracolo e sembra imbalsamare tutta un’epoca e tutta una situazione linguistica e culturale, allora bisogna dire che non c’è morte possibile per la poesia”.

La Giornata mondiale della poesia serve proprio a ricordare il suo essere eterna e il suo essere capace di governare il mondo con la pace.

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Italo Calvino, celebre narratore italiano del secondo Novecento, scriveva che la poesia è l’arte di far entrare il mare in un bicchiere. In questo immenso potere di rendere infinito il presente e senza confini lo spazio sul quale è trascritta o nel quale è pronunciata, la poesia vive. E tra i poeti di grande fama che ne hanno cantato la bellezza, uno tra tutti descrive a lettere di luce come la poesia possa penetrare nel cuore dell’uomo per non uscirne più.


Pablo Neruda (1964, Memoriale di Isla Negra):

La poesia

Accadde in quell’età…
La poesia venne a cercarmi.
Non so da dove sia uscita,
da inverno o fiume.
Non so come né quando,
no, non erano voci,
non erano parole né silenzio,
ma da una strada mi chiamava,
dai rami della notte,
bruscamente fra gli altri,
fra violente fiamme
o ritornando solo,
era lì senza volto
e mi toccava.

Non sapevo che dire,
la mia bocca non sapeva nominare,
i miei occhi erano ciechi,
e qualcosa batteva nel mio cuore,
febbre o ali perdute,
e mi feci da solo,
decifrando quella bruciatura,
e scrissi la prima riga incerta,
vaga, senza corpo,
pura sciocchezza,
pura saggezza
di chi non sa nulla,
e vidi all’improvviso il cielo
sgranato e aperto,
pianeti, piantagioni palpitanti,
ombra ferita, crivellata
da frecce, fuoco e fiori,
la notte travolgente, l’universo.

Ed io, minimo essere,
ebbro del grande vuoto
costellato,
a somiglianza, a immagine del mistero,
mi sentii parte pura dell’abisso,
ruotai con le stelle,
il mio cuore si sparpagliò nel vento.

Immagine di copertina di M. Raffaella Matranga