27 GENNAIO 1945, IN MEMORIA DI VOI

Di Gloria Sahbani


27 Gennaio: un giorno che dovrebbe congelare la Storia e costringerla a guardarsi alle spalle, quando decise di scrivere a lettere storpie e sanguinolente un capitolo mai veramente superato del XX secolo.

Il Giorno della Memoria, che fu istituito nell’anno 2005, rimembra quel 27 Gennaio 1945, quando i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz vennero spalancati per far penetrare l’Armata Rossa ed esiliare nel passato il massacro atroce e bestiale attuato sugli Ebrei dai tedeschi nazisti.

Come sinonimo di Shoah (termine ebraico presente nella Bibbia e che significa  “tempesta devastante”), il termine Olocausto, con l’iniziale maiuscola, è ormai associato al martirio antisemita nonostante solitamente indichi, con l’iniziale minuscola, una forma di sacrificio praticata nell’antichità, nella religione greca come anche in quella ebraica.

Uno dei cancelli di ingresso nel campo di concentramento di Dachau, Wikimedia Commons.

Raccapricciante che l’agnello della Pasqua ebraica, che nella notte dell’Esodo venne offerto in olocausto come sacrificio per evitare l’ira divina che si abbatté sui primogeniti egiziani e che permise la fuga degli ebrei dalla schiavitù d’Egitto, incarni negli anni dei martiri così come oggi, milioni di morti.

Il suo sangue è il loro sangue, il suo belato piangente si trasforma in grida e lacrime umane. La memoria di un animale indifeso e innocente diventa la memoria di un popolo indifeso e innocente.

Derivante dal latino tardo holocaustum e dal greco tardo ὁλόκαυστον, il termine olocausto è composto da “bruciare” (καίω) e da “intero, tutto” (ὅλος). Bruciare interamente, questo è il significato etimologico. Stridente e inquietante combinazione, che solo alla semplice lettura suscita tremiti, ma la si legga accostata a ciò che è stato: diventa orrore.

Essenziale a questo punto è ricordare il potere e l’importanza della memoria, che deve trasmettere al presente come al futuro la necessità di imparare dagli errori.

Come popolo del mondo, dobbiamo tenere sempre più alta la fiamma del ricordo delle atrocità subite dal popolo ebreo. Più dei video e delle fotografie, dei film e dei documenti, sarebbe fondamentale penetrare e appoggiare anche un solo piede al di là di uno dei tanti cancelli dei lager che recavano la scritta “Arbeit macht frei” (Il lavoro rende liberi).

Questa frase infernale i nazisti l’avevano ripresa dal romanzo omonimo del linguista Lorenz Diefenbach del 1872, ma forse anche da un passo del Vangelo di Giovanni (Capitolo 8, v. 32), che riportava le parole “Wahrheit macht frei”, la verità rende liberi. Modificandola ed esponendola a chiare lettere di ferro nei cancelli affacciati sulle “città dolenti”, avevano trasportato un’espressione di fede (e/o di esaltazione della virtù) al livello di ironia più miserabile della natura umana.


Quando si entra a testa bassa in un campo che fu di sterminio, basta compiere pochi passi sul suolo della morte che una volta accolse sangue e cenere. Basta guardarsi intorno e ricordarsi che possiamo respirare la nostra dignità, anche se siamo in un luogo di carneficina. Poi si possono guardare le bocche spalancate dei forni o le teche trasparenti colme di capelli.

Museo ebraico, Berlino, SONY DSC, Wikipedia.org.

Dentro quegli espositori, ci sono respiri e dignità negati a migliaia di esseri umani.


Negati senza motivo e annegati in piogge di gas e violenze, in pietre e iniezioni mortali. Proviamo a respirare la nostra libertà e ad immaginare ch’essa ci venga rubata per sempre, impedendoci di ricordare chi siamo e obbligandoci ad indossare una maschera di anonimato e automismo.

Nessuna umanità in ciò che è stato, solamente un male “banale” di chi agiva ai comandi senza sapere e un male supremo di chi invece sapeva esattamente ciò che stava facendo e che nonostante questo, continuava a farlo.


Un male inspiegabile, che in parte trova la sua genesi nell’apparente normalità dei mattatori, pedine di un regime manipolatore. In questa normalità si cela un’ignoranza per la vita e per il suo funzionamento, un’assenza di idee e di personalità tali da poter soggiogare il proprio essere al servizio di una guida malefica.


Illustrazione di Irina Gliudza, 2013, “I fiori possono sbocciare anche dietro il filo spinato.” Fonte: Facebook.

Parole infinite possono essere dipanate sulla pagina riguardo all’Olocausto, scatti che fanno palpitare i nostri cuori deboli, riprese che ci fanno piangere e sentire di non appartenere a quel genere “umano”. Eppure ancora non è totalmente estirpato il bacillo dell’ideologia nazista, il batterio della violenza e della supremazia. E per arrivare ad eliminarlo il prima possibile, vi è un unico vaccino abbastanza potente: la memoria.


Dobbiamo ricordare ciò che è stato affinché non accada mai più. Dobbiamo studiare, ripetere e poi ricordare a noi stessi, ai nostri figli e ai nostri studenti che l’educazione civica e l’educazione alla vita servono a renderci cittadini di un unico grande paese, fratelli di una stessa immensa famiglia. Studiare e ricordare ci rende consapevoli e liberi dalla schiavitù .

Impariamo dai Diari e dalle testimonianze, ma soprattutto dalle poesie, che hanno il compito di portare tra le braccia poche parole dall’intensità emotiva più grande della loro dimensione nella pagina: questa intensità è più grande persino del foglio intero, della libreria, della sfera che è la Terra, del tempo.


Di seguito, una delle struggenti poesie sull’Olocausto, scritta da Pavel Friedman, un ragazzo ebreo che venne rinchiuso nel campo di concentramento di Terenzín (Repubblica Ceca) e che morì ad Auschwitz nel 1944. La sua poesia venne ritrovata in un pezzo di carta alla fine della seconda guerra mondiale.

La farfalla

L’ultima, proprio l’ultima,
di un giallo così intenso, così
assolutamente giallo,
come una lacrima di sole quando cade
sopra una roccia bianca
così gialla, così gialla!

L’ultima
volava in alto leggera,
aleggiava sicura
per baciare il suo ultimo mondo.
Tra qualche giorno
sarà già la mia settima settimana
di ghetto: i miei mi hanno ritrovato qui
e qui mi chiamano i fiori di ruta
e il bianco candeliere del castagno
nel cortile.
Ma qui non ho visto nessuna farfalla.
Quella dell’altra volta fu l’ultima:
le farfalle non vivono nel ghetto.

Immagine di copertina istoreto.it.