INTERVISTA A JULS WAY, AUTRICE DEL ROMANZO “LA SECONDA MOGLIE”.

Di Maria Laura Riccardi

Buona Epifania!

Per concludere queste feste così particolari, ecco qui un dolce regalo: un’intervista ad una promettente scrittrice, che quest’estate ha pubblicato con la Words Edizioni il suo primo libro. Sto parlando di Juls Way e del suo romanzo La seconda moglie, romance (genere letterario che narra storie d’amore) che si snoda in una cornice storica vittoriana. 

Per chi ama le storie alla Jane Austen o le serie come Bridgerton, ecco un bel romanzo con cui cominciare questo 2021!

Colpi di scena assicurati.

Londra, 1899.

All’alba del nuovo secolo, lady Lavinia Roseland, figlia del Conte di Carvanon, è costretta a un matrimonio combinato con lord Edward Montegue. Un’unione nata male in partenza: lei ha una reputazione macchiata, un carattere terribile e una lingua ben affilata; lui, vedovo e con una carriera politica da portare avanti, la vorrebbe tenera e devota. Tuttavia, Edward non è immune al fascino di Lavinia che, con le sue mise maschili, si fa ambasciatrice di idee nuove e rivoluzionarie. Ad avvicinarli sarà la strana e improvvisa sparizione del padre di lei. Marito e moglie si ritroveranno così nella romantica Cornovaglia, ospiti di una tenuta ricca di misteri, per scoprire vecchi e nuovi intrighi della famiglia Carvanon.

D: Ciao Juls e grazie per aver accettato di rispondere a qualche domande per Molliche di pagine. Innanzitutto, permettimi di complimentarmi con te. So, infatti, che è il tuo primo romanzo e che sei giovanissima. Ci racconti com’è nata l’idea per La seconda moglie?

R: Ciao e grazie a te per questa opportunità! Prima de La seconda moglie è nata l’idea del matrimonio combinato che devo dire nell’ambito romance storico è un cliché molto interessante da sviluppare. Mi piaceva l’idea di lavorare su un’immagine di una giovane donna impaurita e in ansia che andava incontro al suo destino, abbinata in contrasto alle tre parole una sposa radiosa. Per più di un anno ho avuto solo questo, circa 20 righe su un file word che non sapevo dove mi avrebbero portato, ed è a partire da questo nucleo che ho provato a scrivere. Poi, quando mi son trovata ad essere in dirittura di arrivo con la laurea in Storia dell’Arte, mi sono resa conto, per la prima volta nella mia vita, di essere ferma. Dovevo decidere se provare a cercare lavoro, se continuare gli studi, e allo stesso tempo, nonostante tutte le decisioni che dovevo prendere, sentivo il bisogno di dare sfogo a questa creatività impazzita che con l’Università avevo dovuto accantonare – ho una tale metodicità nello studio che faccio fatica a concedermi svaghi. Quando ho cominciato a scrivere non mi sono più fermata.

D: La protagonista del romanzo, Lavinia Montegue, è un personaggio totalmente fuori dagli schemi. Ci vuoi spiegare perché?

R: Sì, certo. Fuori dagli schemi direi che è l’espressione giusta, Lavinia Montegue dopotutto, è un personaggio complesso e si discosta dall’ideale di donna vittoriana: non è timida, devota e mansueta, al contrario è sarcastica, testarda e volitiva. Nonostante la sua educazione privilegiata (voglio dire, è pur sempre la figlia di un conte!) è conscia dei limiti della sua posizione o meglio, conscia del suo essere una donna, cerca quindi di affrontare con coraggio le diseguaglianze di genere, inserendosi in quella che sarà poi la prima ondata del femminismo storico. Questa prima fiumana si concentrava per necessità sull’uguaglianza; la parità, infatti, non era contemplabile in una società in cui le donne erano praticamente invisibili, prive dei diritti più fondamentali. La rivoluzione francese, più un secolo prima, aveva completamente trascurato le cittadine (tant’è che nel 1791 Olympe de Gouges scrive la Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne) e, per far sì che il suffragio diventasse realmente universale, l’uguaglianza pretesa da queste lotte era un valore imprescindibile. Mentre attorno a sé il mondo è plasmato dagli uomini e per gli uomini, incastrata nei suoi bei abiti, lei vorrebbe farne parte. Per questo Lavinia è un personaggio a metà. È consapevole della sua condizione, delle restrizioni, dell’unica strada che può percorrere (il matrimonio), ma allo stesso tempo non ha ancora tutti gli strumenti per capire come uscirne. Giocare a fare il gentiluomo in una situazione protetta è diverso che andare ad uno sciopero, e le conseguenze per lei – in virtù del fatto che è donna – sono talmente grandi da essere difficili da gestire.

D: Sappiamo che donne come lei sono realmente esistite nella storia, portatrici di una visione politica che al tempo sembrava inconcepibile. Pensi che questo percorso di riscatto e liberazione della donna possa considerarsi concluso?

R: No, non è affatto concluso. Purtroppo, non si può cancellare un sistema sociale millenario in poco più di un secolo. Certo, grandi passi sono stati compiuti e sicuramente adesso molte più porte ci sono aperte, ma ancora non teniamo sufficientemente conto della difficoltà alla quale quotidianamente siamo sottoposte su tanti livelli dai più bassi ai più alti. È un discorso molto complesso che forse meriterebbe ore e ore di dialogo. 

D: Nel testo ci sono vari riferimenti letterari e culturali. Quali sono le tue autrici preferite e perché?

R: Domanda da un milione di dollari. Ultimamente mi sono innamorata della penna potente e lacerante di Rupi Kaur. A parte le sue parole di dolore, accettazione e rinascita, delle sue poesie mi colpisce un concetto in particolare, quello dell’eredità delle donne, della continua battaglia come lascito per le generazioni future. 

Poi, adoro perdutamente Elisabeth Gaskell. Per me lei è stata il mio primo vero approccio al femminismo – anche se è una protofemminista. Sono particolarmente affezionata alla sua eroina di Nord e Sud, Margareth Hale, del suo processo di formazione parallelo a quello di John Thornton, dopotutto il viaggio dell’eroe e dell’eroina sono necessariamente diversi e questo è un ottimo libro per comprenderlo a pieno. Si lega a questo la citatissima Charlotte Brönte, per Jane Eyre e il suo animo romantico, dignitoso e ribelle.

In ultimo, vorrei citare un’autrice che mi ha tenuto compagnia per un anno intero, Carmen Korn. A mio parere ha scritto una delle più belle storie di amicizia tra cinque donne, una relazione lunga quasi un secolo (il primo libro della trilogia inizia nel primo dopo guerra tedesco e l’ultimo arriva alle porte del nuovo millennio). La sua caratterizzazione dei personaggi, soprattutto di quelli femminili (ma anche di quelli maschili) è delicata e sfaccettata, riuscendo ad affrontare la complessità degli animi e delle menti in modo raffinato e puntuale.

D: Il tuo libro è anche ben documentato da un punto di vista storico. Come svolgi le tue ricerche?

R: Le mie ricerche di solito vanno su più fronti perché quando si scrive un romanzo storico (anche se come in questo caso è un romance) è necessario non solo conoscere la storia, quella fatta di grandi avvenimenti, giochi politici ed economici, ma anche la storia delle persone, quella della quotidianità e di genere. Quindi ho letto molti libri – veri e propri manuali – che parlano della società, di vestiti (per la moda ho fatto riferimento anche alle riviste di moda), di ricette e anche di etichetta e anche tanti romanzi storici, non solo classici ma anche contemporanei con un ottimo background storico (come i libri di Anne Perry, per esempio, che mette in luce il classismo inglese dell’epoca vittoriana in maniera accuratissima).

Devo però aggiungere che oltre a questo ho visto tantissimi period drama – sempre comunque contestualizzandoli e andando a controllare perché molti aspetti vengono piegati secondo necessità – e infine, forse per la mia formazione più storico-artistica, mi piace lavorare sulle immagini, quindi su dipinti e fotografie. È una ricerca più difficile in questo caso perché bisogna essere più critici nel reperire le fonti, però proprio perché molto visiva è più efficace per stimolare la fantasia.

D: Come ti sei trovata a lavorare per Words Edizioni? Hai altri progetti in cantiere?

R: Mi sono trovata davvero molto bene, non solo dal punto vista lavorativo, ma anche dal punto di vista umano. Sono stata fortunata perché ho potuto lavorare con persone che credevano nella mia storia, che mi hanno ascoltata, dato fiducia e hanno saputo anche far crescere il piccolo progetto che avevo in mente. Come ogni lavoro bisogna ovviamente scendere a compromessi, ma se l’ambiente è buono e stimolante – come quello della Words Edizioni – diventa davvero una bella esperienza lavorare insieme, tant’è che sto scrivendo un nuovo progetto che vedrà la luce a breve sempre per la Words Edizioni. Inoltre, collaborare con questa casa editrice mi ha permesso di conoscere persone nuove, altre autrici e altri autori, con le quali si è creato un rapporto stretto oltre quello lavorativo: siamo un vero e proprio team di supporto in costante confronto tra noi, nonostante l’eterogeneità del gruppo.

D: Raccontaci qualcosa di te. Chi è Juls Way e cosa vuole comunicare ai suoi lettori/lettrici?

R: Juls Way, oltre ad essere ancora una studentessa e una femminista in fieri, è innanzitutto un’inguaribile romantica e credo che sia per questo motivo che scrive storici. Scrivere mi permette, più della lettura, di soddisfare la mia nostalgia per il non provato, il mio modo di fantasticare sulle vite degli altri. Quindi, posso dire che scrivo per passione, per raccogliere quello che ho studiato e immaginato, riversarlo nelle storie e condividerlo con altr*.