Alice Rocchi presenta la sua Parigi meravigliosa

Intervista di Maria Laura Riccardi

Sono stata a Parigi un’unica volta, nel 2012, quando avevo appena compiuto diciotto anni. Ho dei ricordi indelebili di quell’esperienza, durata una settimana, in cui mi resi veramente conto quanto questa capitale fosse una delle più belle del mondo.

I miei luoghi preferiti furono: i chioschetti lungo la Senna in pieno agosto, le boulangerie, con vetrine di scrigni succulenti da addentare, e la magica vista di Notre Dame, con i gargoyle e i suoi 300 scalini.

Insomma, Parigi rimane indimenticabile nei ricordi di chi l’ha visitata almeno una volta nella vita.

Oggi ho il piacere di porre qualche domande ad un’autrice che di Parigi conosce molte vite, un’abile e sensibile scrittrice di nome Alice Rocchi.

Alice, bolognese d’origine, ha deciso di realizzare il sogno tramandatole, prima dalla nonna e poi dalla mamma, di trasferirsi a vivere nella capitale francese e ha cominciato a riportare le sue scoperte in uno splendido sito chiamato Parigi Meravigliosa. (https://parigimeravigliosa.it/)

Quando, bazzicando su internet, mi sono abbattuta in questo suo “angolo parigino” mi è sembrato veramente di scoprire una meraviglia dietro l’altra: storie, aneddoti, curiosità che non conoscevo e che mi hanno rapita al primo sguardo, per poi scoprire che Alice (come ho già detto, è una scrittrice davvero profonda) ha anche un suo blog personale chiamato Alice la scrittrice (https://alicelascrittrice.it/) in cui condivide un pezzetto della sua anima.

Nel 2020 ha pubblicato un libro, il primo della serie I sentieri di Parigi Meravigliosa, intitolato Le ombre della Belle Époque, con illustrazioni di una giovanissima Giorgia Gordini.

D: Ciao Alice, e grazie mille per voler condividere un po’ della tua storia qui su Molliche di pagine. Come prima cosa vorrei chiederti: com’è nata l’idea di raccogliere le tue esperienze prima in un sito e poi in un libro?

Grazie a te, Maria Laura.

L’idea è nata subito dopo il mio trasferimento a Parigi, nel 2016. Per sentirmi meno straniera, iniziai a studiare il passato della capitale partendo dai luoghi a me più cari.

Conoscere la storia di qualcuno permette di far luce sul mistero e sulle contraddizioni del suo presente. Con una città è la stessa cosa: attraverso la sua storia densa, affascinante e tormentata, Parigi si lascia avvicinare, si spiega, si rivela. 

Per non perdere il filo della ricerca, che è infinita, ho impiegato il blog come una sorta di archivio di appunti. Qualcuno lo ha trovato utile o anche solo interessante e così, nel tempo, si è formata una vivace comunità di lettori appassionati di storia parigina. L’idea di raccogliere le storie migliori in un libro è stata suggerita da loro, a dire la verità. 

Il primo lockdown è stata l’occasione per realizzare il progetto, che ha preso la struttura di una serie di “sentieri” fatti di racconti.

D: Parliamo del libro Le ombre della Belle Époque. Come mai hai deciso di intitolare il primo della serie di questo percorso? 

Quando si dice “Parigi”, di norma parte la sfilata di cliché: la città dell’amore, la Tour Eiffel, la metro, la Ville Lumière, la moda, i pittori impressionisti, i tavolini dei café, i boulevards… Questa specie di brand prese forma durante la Belle Époque, tra la fine dell’Ottocento e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, quando Parigi era la capitale del progresso. 

Pareva ovvio cominciare da lì, e invece non è stato così.

Anziché raccontare il lato glamour della Belle Époque, ho deciso di rendere omaggio a chi rimase nell’ombra, rendendo altrettanto immortale la leggenda di Parigi. In particolare, mi sono soffermata sulla comunità povera, turbolenta e geniale di Montmartre.

D: All’interno del libro ci sono un sacco di storie legate a luoghi che potremmo definire “icone” di Parigi.  Qual è il tuo preferito?

Il museo di Montmartre, che si trova dentro la casa più antica della collina e che ospitò alcuni degli artisti oggi più famosi. Si tratta di uno degli ultimi, rarissimi angoli della collina, che conservano ancora l’aspetto campestre di un tempo.

D: Mi ha colpito molto come, dietro alla nascita di luoghi simbolo della città, siano nascoste storie di profonda miseria, sofferenza ed emarginazione sociale. Pensi che la Parigi contemporanea abbia dimenticato parte della sua storia politica?

No, affatto. Parigi è sempre stata una commistione di opulenza e di miseria e, per quanto si sia inteso mantenere le due dimensioni separate, ciò non è mai avvenuto, anzi, i due mondi si sono sempre cercati. Nessuno dei due è mai esistito senza l’altro, o a spese dell’altro, questo i parigini lo sanno.

Certe ferite storiche sono ancora aperte e ancora oggi è difficile discutere di determinati eventi passati senza vedere gli animi accendersi. 

Trovo che la politica, oggi in Francia, sia talmente influenzata dal passato e dagli antichi conflitti da esserne in un certa misura afflitta.

Foto di Olga Bordoni: https://www.instagram.com/olgabordoni/?hl=fr

D: Nel tuo libro dedichi ampio spazio all’arte, raccontando storie di cabaret, teatri, pittori e artisti di ogni genere, che hanno lasciato un’impronta importante in questa città meravigliosa. Quale storia ti ha colpita di più?

Difficile scegliere, ma credo sia quella di uno dei cabaret di Montmartre, Au Lapin Agile. La casetta ottocentesca ha conservato il suo aspetto rustico e offre spettacoli ancora oggi.

La sua storia mi commosse particolarmente, poiché incarna come poche altre lo spirito geniale, creativo e irriverente della comunità della collina.

Soprattutto, è un bell’esempio di umanità e di generosità: a Montmartre, durante la Belle Époque, la miseria era condivisa da popolo e artisti. In luoghi come il Lapin Agile, non si rifiutava una scodella di zuppa a nessuno. Lo sapeva bene Picasso che, nella sua gioventù, veniva spesso al cabaret per scambiare un quadro “da quattro soldi” con un pasto…

D: Mi è piaciuto molto che tu abbia sottolineato come le principali forme d’espressione parigine, durante il Novecento, siano nate da persone povere, sofferenti o con problemi mentali alle spalle. Credi ancora che, al giorno d’oggi, il fulcro dell’arte risieda nella sofferenza?

Non necessariamente, ma credo che la sofferenza abbia un ruolo decisivo nella conoscenza di sé, delle proprie profondità e risorse. È la mia esperienza personale che parla. La mia stessa creatività ha subito un impulso immenso a seguito di un grande dolore, e questo perché in parte mi è servita a curarlo, a scomporlo dei suoi diversi elementi e a dargli così un significato.

D: Quali libri della letteratura francese ha nel cassetto Alice? E quali vorrebbe scrivere?

I romanzi della scrittrice Colette, uno spirito libero che visse proprio durante la Belle Époque e che osò, nei propri testi, rendere un esplicito omaggio alla sensualità e alla voluttà femminile. 

Sogno di scrivere un romanzo in cui questi stessi libri abbiano un qualche ruolo chiave.

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