Dantedì: un ricordo per il Sommo Poeta.

In occasione di questa giornata speciale, i 700 anni dalla morte, moltissime sono le celebrazioni ufficiali in tutta la penisola. Perché è ancora così importante ricordare Dante Alighieri?

Mollichedipagine.com è un sito in cui scrivono prevalentemente italianiste e giovani laureati in materie umanistiche, per cui era d’obbligo dedicare un pensiero ad uno scrittore che ha lasciato così tanto a chi ancora lo legge, lo studia e ne rimane affascinato, a distanza di molti secoli.

Celebrare Dante, soprattutto oggi, sarebbe un po’ cadere nel banale. I nostri media saranno inondati di notizie sulla sua vita e sull’importanza che ha avuto in molteplici campi della nostra cultura, del nostro sapere e della nostra evoluzione come Stato italiano.

Questo, quindi, lo lasciamo fare a chi ne sa parlare meglio di noi. Ad autori come Marco Santagata, Franco Nembrini (per citare due dei maggiori dantisti), ad Alessandro Barbero e ad Aldo Cazzullo, che quest’anno hanno curato due volumi speciali per celebrare la ricorrenza del poeta fiorentino.

Sarebbe inutile, infatti, dire che Dante Alighieri è stato uno dei padri fondatori della lingua italiana come la conosciamo oggi, usando il volgare per scrivere un’opera magniloquente quanto la Commedia. Sarebbe inutile elencare le sue maggiori opere, tra cui La vita nova, Il convivio, il De vulgari eloquentia, in cui spaziò da trattati sulla lingua a temi filosofici, dalla poesia alla politica, diventando il perno di una scrittura rimasta irraggiungibile e di una cultura, quella italiana, che è da 700 anni la nostra immensa eredità.

Sarebbe inutile ricordare la sua esistenza, ricca di peripezie e turbamenti, perché lui stesso ce l’ha tramandata proprio attraverso la sua opera principale: un viaggio all’inferno per arrivare al paradiso in cui emerge, con tutta la nitidezza e la sofferenza, lo spaccato di una società medievale che ci appare straordinariamente attuale e contemporanea nella sua carrellata di maschere.

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Un pensiero su Dante lo lasciamo: fu un uomo che si autodeterminò. Scelse di voler essere un erudito, un poeta, e raggiunse il suo status intellettuale scrivendo e studiando, cercando di interpretare la società che lo circondava. Fu un uomo dai mille interessi, dalla politica alla religione, che ha regalato all’immaginario collettivo anche un’idea di poesia e amore che rimane vivida nei suoi versi per Beatrice.

Con lo scorrere dei secoli, il lavoro di Dante continua ad essere d’ispirazione per scrittori ed artisti di ogni genere: dalla letteratura, al cinema, fino ad arrivare all’arte e al gioco. Molte le pubblicazioni dantesche anche per bambini, tra cui quella di Geronimo Stilton.

Insomma: il mondo dantesco è tutt’altro che sopito, anzi, oggi vive più che mai.

Il modo più originale per commemorarlo è riproporre l’intervento che un nostro lettore scrisse qualche tempo fa, in occasione dell’uscita di uno dei volumi illustrati della Divina Commedia, a cura di Franco Nembrini e Gabriele Dell’Otto:

Parafrasando Calvino: l’inferno dei viventi non è una prospettiva futura, “non un qualcosa che sarà “. Pulsa intorno a noi e noi stessi ne siamo viva parte. Molti, i più, ne sono inconsapevoli, pochi, invece, lo sanno e in questo inferno provano a destreggiarsi tra mille difficoltà e inganni. Queste parole mi sono tornate in mente quando, scorrendo tra gli scaffali di una centralissima libreria di Bologna, mi sono imbattuto nell’edizione dell’Inferno di Dante commentata da Franco Nembrini e illustrata da Gabriele Dell’Otto. È stato come se Calvino in persona mi sussurrasse all’orecchio queste parole, mentre inerme non riuscivo a distogliere lo sguardo da quella copertina oscura e sanguigna. Chiunque abbia letto con un po’ di attenzione, ma anche di passione, l’Inferno di Dante conosce il potere evocativo e allegorico del suo verbo. Verbo che Dell’Otto trasforma in immagini profonde e viscerali e che Nembrini commenta magistralmente come voce fuori campo. Il punto di forza di questo lavoro è infatti proprio la visività, la tensione e il potere immersivo delle tavole di Dell’Otto, che accompagnano il lettore in una discesa abissale nell’opera del poeta fiorentino, ma anche più giù fino al fondale stesso della natura umana, del suo dolore e delle sue contraddizioni. Questa edizione dell’Inferno mi sembra quindi, parafrasando Albert Camus, fedele alla bellezza e all’inferno dei viventi.

A. FEDRO

Maria Laura Riccardi