Riflessione: La donna dell’anno

di Maria Laura Riccardi

Sabato scorso, leggendo l’inserto D de la Repubblica, ho notato che Anna Grassellino è stata eletta dal web donna dell’anno (decima è arrivata Mariasole Bianco, che ho intervistato qui), laureata in ingegneria e specializzata in fisica, partita dalla Sicilia e arrivata a fare ricerca negli USA, dove sta progettando il computer quantistico più potente del mondo.

Io non ho idea di cosa sia un computer quantistico, ma dalla descrizione nell’articolo sembra una cosa davvero incredibile. Vorrei soffermarmi però su un concetto che, invece, in parte conosco: la lingua italiana. Perché anche su quotidiani autorevoli, molto spesso, non viene utilizzata la forma femminile delle parole? Ad esempio, in riferimento alla vincitrice, su questa copertina leggo “ingegnere elettronico di 39 anni“, mentre all’interno dell’articolo viene poi chiamata “ingegnera“.

Il femminile di ingegnere è ingegnerA. E non è una parolaccia.

Nessuno si stupisce se una donna che lavora nel campo dell’ingegneria viene nominata ingegnere anziché ingegnera, ma suonerebbe alquanto strano se una donna che insegna venisse chiamata maestro anziché maestra.

Di questo argomento ne hanno scritto un sacco di letterate come Alma Sabatini, Maria Serena Sapegno, Vera Gheno e tante altre, tutte eccezionali.

Intanto, se volete approfondire questo spunto, ecco il link di un articolo del 2013, di Cecilia Robustelli, per l’Accademia della Crusca:

https://accademiadellacrusca.it/it/contenuti/infermiera-s-ingegnera-no/7368

Mi sento di specificare anche perché nei miei interventi utilizzo spesso il famoso asterisco*, che vuole fare riferimento ad un genere neutro.

L’educazione di un popolo passa attraverso la lingua in cui si esprime.

Ecco perché, negli ultimi anni, si sta cercando di cambiare l’attitudine ad utilizzare termini discriminatori verso determinate categorie, storicamente più “colpite” dall’uso di un linguaggio intrinsecamente offensivo. Di questo, ne hanno parlato anche accademiche famose del calibro di Judith Butler, che ha portato teorie rivoluzionarie all’interno del concetto di genere e di linguaggio performativo.

Perché determinati termini fanno più fatica a rientrare all’interno di un uso comune? Forse perché fare l’infermiera o la maestra, piuttosto che l’ingegnera o la ministra, era considerato culturalmente un lavoro più idoneo al genere femminile.

A tal proposito, vi lascio a fine pagina i link di alcuni libri qui citati, tra cui questo molto interessante di Maria Letizia Pruna chiamato Donne al lavoro, una rivoluzione incompiuta.

E sono, infatti, sempre di più le donne che si inseriscono in contesti lavorativi che storicamente erano stati riservati agli uomini. E non senza difficoltà!

L’altra cosa che ho notato, tristemente, è che in moltissimi casi i cervelli pensanti debbano emigrare all’estero per essere apprezzati e valorizzati. Ovviamente questo non è il solo caso ma, spesso, emergono queste storie di riscatto di chi è partito, tanti anni fa, credendo di poter realizzare il proprio sogno e, per questo, rinunciando anche alla propria terra d’origine.

Io credo che, nel 2020, il luogo in cui nasci sia ancora fonte di discriminazione. Siamo ben lontani dalla realizzazione dei 17 obiettivi dell’ONU per lo Sviluppo sostenibile.

Anzi, proprio quest’anno ha mostrato quanto ancora, nei momenti di difficoltà maggiore, a pagare siano sempre le categorie più deboli.

La riduzione delle disuguaglianze, in tutti i sensi, è un concetto ancora distante.

Per concludere: ammiro le donne che si fanno strada nella scienza, nella politica, che diventano esempi, per aspirare ad avere un peso sempre più rilevante nella società.

Ma le donne che ammiro di più sono proprio quelle semplici: quelle che affrontano le difficoltà che hanno a testa alta, nonostante le poche risorse a disposizione. Quelle che non hanno scelto per se stesse, ma che comunque cercano il modo di sopravvivere. Che portano avanti, in silenzio, il sostentamento delle comunità.

Tante donne che non vedranno mai le luci della ribalta, ma che fanno ogni giorno la differenza nella vita degli altri.

P.s. L’immagine di copertina è tratta dalla raccolta Il valore della differenza, illustrazione di M. Raffaella Matranga.